CURIOSITÀ

Due Mamme

Due Mamme



La Madonna del dolore

(by Antonio Abbate)

All’alba il fuochista si avvicinò cautamente al mortaio. I fuochi dei festeggiamenti erano già tutti allineati come minacciose batterie contraeree. C’erano mortaio per il botto d’inizio, la batteria per il saluto a san Giovanni e quella più consistente per i fuochi d’artificio che avrebbero colorata la mezzanotte a conclusione dei festeggiamenti.

Dette una tirata alla sigaretta già accesa per ravvivarne la brace, l’accostò alla miccia e si allontanò di corsa.

Con un sibilo acuto e prolungato il razzo s’involò verso il cielo seguito da una scia di fuoco. Pochi secondi dopo, altissima la bomba deflagrò con un vivido bagliore all’interno di una nuvoletta di fumo.

Il boato che ne seguì, violento e assordante fece tremare i vetri delle finestre e tintinnare, all’interno delle case, le cristallerie.

La gente si svegliò di soprassalto e nessuno si rammaricò per la sveglia anticipata, la esigeva la festività.

Bambini e uomini adulti ripresero a dormire. Invece le nonne, le vecchie zie, le mamme stiracchiandosi e sbadigliando si segnarono con un frettoloso segno di croce e scesero dal letto.

Il pranzo per quel giorno doveva essere sontuoso più che per le altre domeniche, con molte portate.

Il sugo per gli ziti, ragù napoletano o sugo alla genovese, avrebbe dovuto cuocere a fuoco lento per quattro o cinque ore. Né potevano mancare per devozione al santo le melanzane di san Giovanni, fette di melanzane lunghe fritte e poi appaiate a mo’ di sandwich a rinchiudere una farcitura di mozzarella o provola affumicata, ripassate nell’uovo sbattuto e nel pan grattato, infine rifritte.

Una vera specialità, per stomaci robusti.

Alle sette avrebbero lasciato il letto gli altri componenti della famiglia per essere puntualmente presenti alla prima alzata del giglio del proprio quartiere, possibilmente nelle prime file.

Quell’anno erano stati costruiti tre gigli e gli abitanti dei paesi limitrofi sarebbero giunti a frotte per vedere i gigli “ballare” e le “paranze” gareggiare in forza e resistenza.

Gli alti e pesanti obelischi costruiti con massicci pali di legno e adornati con artistiche costruzioni in carta pesta, a ritmo della musica della banda seduta sulla prima base, venivano trasportati per le vie del paese, sollevati a spalla dai componenti della paranza per mezzo di travi e verricelli fissati al grande cubo costituente la prima base.

 L’arte di far ballare il giglio consisteva nel sollevarlo di scatto al cenno del capo paranza, senza farlo oscillare e nel calarlo con un colpo secco, al comando urlato dopo un acuto di trombetta: “cuonce, cuonce e jettalo”.

Il Giglio doveva essere lasciato cadere perpendicolarmente producendo un solo suono secco e produrre scarse oscillazioni.

La difficoltà della manovra era accentuata dall’essere i portatori sistemati ai quattro lati della base senza possibilità di vedersi gli uni con gli altri.

Maddalena e Raffaele avevano realizzato il loro sogno d’amore con il matrimonio e con la nascita della figlia Margherita tanto attesa e desiderata.

La mattina della festa uscirono di casa per tempo, insieme alla piccola figlia di tre anni, ritenuta abbastanza grande per poter assistere alla ballata dei gigli e divertirsi alla più tradizionale festa paesana nella calca e nel caos che si sarebbe creato.

I giovani genitori e la figlioletta erano vestiti a festa; per l’occasione c’era l’abitudine di indossare abiti nuovi (d’ingegnarsi ‘o vestito). La piccola con un vaporoso abitino a tinta rosa e i capelli chiari abbelliti con fiorellini multicolori e nastrini azzurri era un incanto.

Il piazzale antistante l’alto obelisco era già abbastanza affollato, tuttavia la coppia riuscì a guadagnare una postazione dalla quale anche la bambina avrebbe potuto seguire tutto lo spettacolo.

“Quando alzano il giglio?” chiedeva con insistenza Margherita ai genitori, impaziente di vedere il Giglio ballare.

Dopo avere eseguito un repertorio di allegri motivetti, finalmente la banda attaccò il brano dell’alzata.

L’attenzione del pubblico divenne fremente, tutti presi da un’ansia timorosa per l’esito della prima alzata. La musica si susseguiva in un crescendo di toni mentre il capo paranza e i suoi assistenti con gesti concitati e ansiosi trilli di fischietto ordinavano ai portatori di sottomettersi ai pali e di prestare la massima attenzione.

Alla nota stabilita arrivò l’atteso comando del capo paranza e i portatori sollevarono il Giglio.

Dal lato destro i portatori reagirono con una frazione di secondo in ritardo e il pesante obelisco si inclinò pericolosamente da quella parte, andando a sbattere contri i balconi dei piani alti gremiti di spettatori. Poi si inclinò pericolosamente in avanti rischiando di rovinare sulla gente che affollava il piazzale.

Un “oh” di sgomento si alzò si alzò dalla folla in piazza. Le persone terrorizzate o di scapparono velocemente in ogni direzione. Maddalena e Raffaele dopo una precipitosa corsa si rifugiarono in un bar della piazza che in un attimo si gremì all’inverosimile.

Indignati per la straordinaria imperizia della paranza le persone si misero a discutere animatamente su quanto sarebbe potuto accadere e sulle cause che avevano prodotto la pessima alzata. Anche Raffaele si lasciò coinvolgere appassionatamente nella discussione

Fortunatamente proprio la reattività e l’abilità dei portatori evitarono danni a cose e persone. Il Giglio ritornò in equilibrio e fu calato per controllare eventuali danni e per dare istruzioni alla paranza.

Rassicurata la gente cominciò a ritornare lentamente ai propri posti nella piazza e fu allora che Maddalena, guardando il marito si accorse dell’assenza della figlia.

” Margherita!” Urlò spaventata guardando intorno nel locale. La bambina non era vicina al padre e nemmeno all’interno del locale.

Pallida di terrore e tremando vistosamente Maddalena continuava a chiamare insistentemente la figlia.

Raffaele tentava invano di tranquillizzarla: “Sta calma, vedrai che la ritroveremo in piazza; è uscita fuori dal bar curiosa di vedere il Giglio”.

Girarono per la piazza chiedendo a chiunque se avessero visto la loro bambina. Ne descrivevano con dovizia di particolari, l’aspetto fisico, i vestiti, l’età e tutto ciò che poteva caratterizzarla. Molti, conoscenti ed estranei, in una gara di solidarietà si misero a cercarla con loro, ma della bambina non risultò alcuna traccia.

Quando fu accertato che non era nemmeno presso i parenti e conoscenti si rivolsero ai carabinieri. Ricerche fatte palazzo per palazzo, nei campi e nei luoghi isolati o pericolosi non portarono al rintraccio della bambina. Era misteriosamente scomparsa nel nulla. Furono successivamente seguiti altri indizi forniti da sconosciuti con lettere anonime ma tutte si rivelarono inviate da mitomani o da sciacalli pronti ad approfittare della sventura della povera famiglia.

Col tempo a queste lettere che continuavano a giungere non dettero alcun peso e dopo averle lette le cestinavano.

Più passò tempo e più Maddalena e Raffaele persero la speranza di ritrovarla anche se mai si rassegnarono alla perdita della figlioletta. Soprattutto Maddalena si chiuse nel suo dolore come in un sudario; si isolò nella sua casa, dimagrì vistosamente, svanì presto l’avvenenza della sua età giovanile.

La tragedia e il dolore anziché unire la coppia, la separò. Maddalena impietosamente dette la colpa di quanto avvenuto al marito per non aver vigilato: “Tu la tenevi per mano e non dovevi lasciarla”. Ebbero poi, nel corso degli anni un diverso approccio su come continuare a vivere.

Maddalena riteneva che dovessero rimanere in lutto per sempre; Raffaele, pur affermando che mai sarebbe passato quel dolore, era convinto che gradualmente si dovesse andare verso una vita normale, per quanto possibile.

“Ma come puoi avere la forza e la voglia di sorridere, proprio tu” (sottintendendo che sei il colpevole principale di quanto accaduto).

Le loro strade divennero sempre più divergenti fino a condurli alla separazione. Non si cercarono più e si persero di vista.

Erano trascorsi quindici anni dalla scomparsa o rapimento; Maddalena prossima ai cinquant’anni sembrava una vecchia tanto l’aveva distrutta il dolore. Trascorreva molto tempo in preghiera chiedendo a Dio di compensare Margherita, dopo il dolore e il trauma inflittole; di consolarla con una vita felice e di non infierire invece su di lei con un destino crudele.

Fu recapitata dal postino l’ennesima lettera anonima.

“Possibile che ancora sono in azione mitomani e approfittatori, nonostante sia trascorso tanto tempo?” pensò Maddalena che ritirò la lettera e l’abbandonò sul ripiano del mobile all’ingresso.

La lettera stette lì qualche giorno poi prima di cestinarla, per curiosità, la lesse.

Quest’ultima segnalazione pur essendo anonima era diversa da tutte le altre, ricca di particolari sul rapimento e con l’indicazione di luoghi e persone ben individuate.

Il mittente della lettera si accusava di aver preso parte alla losca azione anche se con ruolo marginale; dichiarava di essere pentito e di non potere più sopportate un segreto talmente opprimente; indicava dove attualmente avrebbero potuto ritrovare la figlia ormai maggiorenne. La bambina era stata rapita all’interno del bar nel momento di maggior caos e affollamento del locale per cui nessuno se n’era accorto e i rapitori erano usciti in pochi secondi dal bar attraverso una porta di servizio che dava su una strada secondaria dove era stata parcheggiata un’automobile.

Tante e così particolareggiate informazioni non si potevano ignorare anche se non si doveva subito prenderle per oro colato.

La prima mossa che fece Maddalena fu di andare a controllare se corrispondeva a verità che il bar aveva una seconda uscita. C’era ma questo non certificava la veridicità delle altre informazioni.

Si recò nel paese indicato ed accertò l’esistenza della villa segnalata; poi chiedendo in giro a persone piuttosto anziane, facendo domande camuffate (mi hanno detto che in quella villa abita il meccanico che sto cercando, un signore che ha due figlie piccole: Ma no, li abita il dottore…un famoso professore che ha una figlia di quasi vent’anni)  riuscì ad avere la certezza che quanto meno in quella villa c’era la persona indicata dal delatore e che c’era anche una fanciulla che pressappoco aveva l’età che Margherita avrebbe dovuto avere.

A questo punto si fermò; andare oltre avrebbe potuto crearle dei problemi giudiziari, meglio affidarsi a un professionista che avrebbe saputo fin dove spingersi nell’indagine.

L’avvocato Tribotti ottenuto l’incarico chiese al famoso professore un incontro che questi rifiutò più volte fino a che l’avvocato non gli rivelò che doveva comunicargli delicate notizie riguardanti la sua famiglia.

L’incontro avvenne nello studio del Tribotti dove il presunto padre adottivo di Margherita si adirò fortemente sentendo il perché di quell’incontro e leggendo la lettera anonima.

“Ma come si è permesso di importunarmi, anzi diffido chiunque dal destabilizzare l’equilibrio di mia figlia comunicandole tali idiozie”.

“Mi meraviglio che non abbia capito che rivolgendoci direttamente a lei, abbiamo agito nel suo interesse per evitare che un’indagine giudiziaria mettesse le mani magari su piccole inosservanze nella procedura per l’adozione o scoprendo altro. Non si sa mai dove un’indagine può arrivare” disse l’avvocato.

“Non ho nulla da temere” affermo l’uomo.

“Allora non mi resta che scusarmi per il disturbo e recarmi alla procura della repubblica a depositare la lettera accompagnata da una dettagliata denuncia di rapimento; una povera mamma avrà il diritto e il dovere di rintracciare la propria figlia scomparsa”.

Il professore capì il rischio che correva da una indagine giudiziaria che avrebbe indagato a fondo in tutti i suoi affari; anche se il soggetto indicato nella lettera non fosse risultato lui, si sarebbe potuto scoprire che l’iter della adozione di Flora era stato brevissimo e che aveva elargito una cifra plurimilionaria.

Allora rispose alle domande dell’avvocato raccontando tutti i particolari della procedura seguita per l’adozione della figlia. Dalla sua narrazione si accertò che

corrispondevano alcuni elementi: i tempi prossimi al rapimento, la descrizione della bambina ed altre circostanze che fecero sì che si giungesse non alla certezza che Flora fosse Margherita ma ad un fondato sospetto.

“Possiamo avere la certezza in un modo solo, la comparazione dei DNA” disse l’avvocato.

“Assolutamente no!” urlò il luminare. “Vi ripeto che non permetterò che si coinvolga la bambina in questa vicenda che rischia di provocarle danni psicologici”

“Ci pensi professore, la bambina ha diciotto anni” gli disse l’avvocato accomiatandosi “col DNA saremmo tutti tranquilli. Inoltre, lei lo sa, non necessariamente sua figlia Flora deve esserne messa a conoscenza, basta un suo capello o una tazzina da cui ha bevuto”.

Mentre si svolgeva questa trattativa, Maddalena non riuscì a starsene ad attendere,

voleva rivedere quella ragazza nella quale più ci pensava e più ritrovava i tratti della sua Margherita. Attendeva ore fuori dalla villa per vederla, poi prese ad avvicinarla con scuse banali come chiedere un indirizzo o se conosceva una persona, talvolta la seguiva incapace di staccarsi da lei.

La signorina si insospettì per questo comportamento. In verità Maddalena era stata sempre gentile ed educata in ogni circostanza ma risultava comunque strana quella presenza così assidua.

Flora riferì la cosa ai genitori adottivi chiedendo se era il caso di segnalarlo ai carabinieri.

I genitori a questo punto decisero di rivelarle tutto e che cioè quella povera innocua signora aveva perso una figlia molti anni prima e adesso si era immaginato di rivedere in lei alcuni tratti fisici della figlia, suggestionata probabilmente della lettera anonima che indicava falsamente lei come la bimba scomparsa; le dissero anche della insistenza dell’avvocato della signora di confrontare il dna suo con quello di Maddalena.

“Se serve a tranquillizzarla, povera donna, io non ho nulla in contrario” disse spinta anche a questa decisione dal ricordo dei sogni ricorrenti che faceva da piccola. Sognava di essere trascinata via da sconosciuti o di trovarsi sola in una strada solitaria e di chiedere aiuto senza che nessuno la soccorresse.

Maddalena era in casa e svolgeva le consuete faccende mattutine. Bussarono alla porta. Chi poteva essere, forse il postino. Capitava lì ogni tanto solo lui o qualche rompiscatole di venditore porta a porta.

Andò ad aprire e fu sorpresa dalla presenza della signorina Flora ma ne fu anche felice poiché si convinceva sempre più che si trattasse di sua figlia.

“Che piacere vederla, si accomodi”

Flora le spiegò il motivo della sua visita e cioè che era andata da lei perché aveva capito che la straordinaria frequenza dei loro incontri non poteva essere casuale, c’era alla base certamente un serio motivo.

Maddalena dapprima si scusò se le aveva arrecato eccessivo disturbo o ingenerato qualche paura poi iniziò la narrazione delle dolorose vicende occorse a lei e alla figlia, non tralasciando nessun particolare.

“Il dolore è stato troppo grande e non sono mai riuscita a superarlo; vede come sono ridotta ed ho solo cinquant’anni”.

Le disse poi che non aveva mai persa la speranza di rivederla e che l’ultima lettera anonima ricevuta aveva in lei riaccesa la speranza di ritrovarla e che le notizie fornite portavano verso di lei.

La questione era delicata perciò aveva incaricato un professionista anche se lei invece di starsene in disparte ad attendere, spinta dalla curiosità e dall’amore si era attivata per incontrala e, forse si illudeva, più la vedeva e più rintracciava in lei fisionomie e particolari che le ricordavano Margherita.

La carnagione, il colore degli occhi e dei capelli, la forma del viso tanto simile al padre biologico da cui si era separata. Era trascorso tanto tempo e Flora non era più bambina ma queste cose lei da mamma le notava o forse voleva notarle per darsi una speranza in più.

“La sua storia mi è stata narrata da mio padre” disse Flora “ed ho voluto che me la ripetesse lei per avere più particolari e conoscere meglio lei.  E’ evidente quanto amore nutre ancora per sua figlia e che vita di sofferenza ha patito per quella brutta vicenda”.

“Se mi posso permettere, disse timidamente la donna, vorrei chiederle un particolare un poco intimo, ma lei può non rispondermi se ritiene. La mia Margherita aveva su un fianco una macchia piccola scura, come un grande neo a forma di una stellina irregolare, diciamo una stellina male abbozzata.”

“Ho una macchia anch’io ma non ha la forma di stella, però è un particolare che non serve più”.

Maddalena la guardò meravigliata.

Flora frugò nella borsetta, ne trasse un foglio. “E’ la comparazione del dna, mamma sono tua figlia”.

Maddalena spalancò gli occhi, il respiro divenne affannoso, la voce le si strozzò in gola. Flora le corse vicino, sostenne quel corpo scheletrico con le sue braccia vigorose e l’accompagnò a sedersi su una poltrona.

Con un bicchiere d’acqua la mamma si riprese ed era ancora incredula che potesse essere capitato un tale miracolo. Poi ebbe la forza di dire “vorrei tanto abbracciarti e baciarti, posso?”

“Ma certo sono tua figlia”.

“Amore mio mi devi perdonare, diceva tra le lacrime di gioia, se mi sono intromessa dopo tanto tempo nella tua vita che scorre serena e felice, arrecandoti qualche preoccupazione. Io ho sempre desiderato solo la tua felicità e per questo ho sempre pregato Dio. Ma nella tua bontà scuserai certamente il comportamento di una mamma che ha perso la sua bambina e vive nell’angoscia e nel dolore. Come avrei potuto agire altrimenti”.

“Non devo perdonarti proprio niente”. “Anzi devo io chiederti perdono per non averti mai cercata e per avere dubitato di te. Non ti ho cercata perché pensavo di essere stata abbandonata e rifiutata da te e allora mi dicevo: Non merita che io la cerchi”.

Maddalena abbracciò la figlia e le disse che adesso era felice anche lei sapendo che la sua Margherita era felice.

Per questo motivo non voleva più turbare la sua serenità e la sua vita tranquilla.

“Hai la tua bella famiglia, la tua bella casa, la tua bella vita. Io mi terrò in disparte, non pretendo che tu mi frequenti o mi incontri, anzi scomparirò nuovamente dalla tua vita per il tuo bene; già ti ho arrecato troppi fastidi”.

Flora le fece notare l’assurdità di quelle affermazioni e le disse che ora che si erano ritrovate era folle quello che lei diceva: lei non sarebbe stata mai un intralcio alla sua esistenza anzi avrebbe arricchita la sua vita.

“I miei genitori adottivi li amo infinitamente e saranno per sempre i miei genitori, ma questo non mi impedisce di amare anche te, la mia vera mamma che per me ha tanto sofferto nella sua vita. L’amore è un sentimento che non diminuisce se lo indirizzi a più persone, è l’unica cosa al mondo che più lo suddividi, più aumenta. Pensa che fortuna mi è capitata, da oggi avrò due mamme e il doppio dell’amore”.

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