IL Temporale Notturno
(by Antonio Abbate)
Lo scoppio di un tuono assordante, quasi una deflagrazione di granata, la svegliò.
Miriam ancora assonnata si mise a sedere sul materasso con le gambe piegate, strette dalle sue mani intrecciate, con la testa appoggiata alle ginocchia alzate. Guardò verso la radiosveglia sul comodino, segnava le due. Immobile nel letto ascoltava il caos dei rumori provenienti dall’esterno. La pioggia violenta tamburellava senza tregua sul davanzale della finestra. Si sentiva l’ululato del vento che scuoteva la tapparella. Il pluviale intasato dalla pioggia scrosciante, emetteva lamentosi gorgoglii.
Ogni rumore veniva sopraffatto e zittito, di tanto in tanto, da altri violenti tuoni che iniziavano con uno schiocco lacerante seguito da rimbombi potenti e da una coda di prolungati brontolii. Si accorse di avere la bocca talmente secca che la lingua le si attaccava al palato.
Miriam si sporse verso il comodino per prendere la bottiglina d’acqua che per abitudine poneva vicino al letto prima di andare a dormire. Era vuota. Le toccava andare in cucina per bere. Ne avrebbe volentieri fatto a meno ma l’arsura era insopportabile. Scese dal letto malvolentieri, cercò a tentoni le pantofole e andò in cucina senza accendere la luce.
Se Luca fosse già tornato non voleva disturbarlo. Bevve direttamente dal getto della fontana con gusto a sazietà.
Il vetro della portafinestra che dava dalla cucina sul balcone era appannato. Con movimenti circolari della mano, asportò parte della condensa formando un oblò.
La pioggia battente mista a grandine colpiva le fioriere e maciullava fiori e foglie. Dalla ringhiera rimbalzava sul vetro, dove depositava gocce d’acqua, piccole perle che sostavano immote per pochi secondi. Poi scivolavano lentamente, inglobavano quelle che incontravano sul cammino, si ingrossavano, si aggrovigliavano ad altre e scorrevano, in rivoli verticali, velocissime a terra.
Ritornando nella sua camera, vide la porta della stanza di Luca socchiusa. Sperò che il figlio fosse rientrato; guardò all’interno, non c’era. Lo sapeva che le discoteche che frequentava il figlio aprivano non prima di mezzanotte. Glielo aveva detto lui. “Però, considerato il tempaccio di quella notte, poteva rientrare per evitarle preoccupazioni!”
Si rimise a letto, tirò la coperta fino al mento, chiuse gli occhi per favorire il ritorno del sonno ma non riusciva a dormire. Come fuori imperversava la tempesta, anche nella sua testa infuriava una tempesta di brutti pensieri.
Ma perché quel benedetto ragazzo è uscito con questo diluvio?
Spero solo che non abbia preso la moto, l’auto è più sicura. Mica tanto proprio ieri al telegiornale hanno riferito di un incidente che ha causato la morte di tre ragazzi in auto e il ferimento di un quarto.
Si, però con la moto, se piove, l’incidente è quasi sicuro con la strada sdrucciolevole per la pioggia, la visibilità ridotta, qualche imprudenza. Luca è prudente però, mai l’ho visto compiere quelle acrobazie da matti che fanno alcuni sulla moto.
E le imprudenze degli altri? Come si comportano alcune persone che non si curano di mettere in pericolo la vita propria e quella degli altri?
Ne è esempio il camionista ubriaco che di recente ha trascinato sulla strada e ucciso un ciclista”.
Miriam vide il povero malcapitato straziato dal camion steso sulla strada. Ne provò pena ed orrore. “E se al suo posto ci fosse stato Luca?” Scosse la testa per cacciare via quell’orribile visione. Quest’ultimo pensiero destabilizzò completamente Miriam.
La testa le scoppiava, in preda al panico un tremore le percorreva tutto il corpo.
Meglio era distrarsi e non pensare più a niente. L’orologio segnava le cinque. Era stata sveglia per tre ore.
Scese nuovamente dal letto e tirò su la tapparella della finestra per guardare fuori.
Pioveva ancora a dirotto, una pioggia insistente cadeva sulla città ancora assonnata. Una sola finestra mattiniera era illuminata.
Pioveva sui palazzi, sulle macchine ferme, sull’asfalto lucente, sugli alberi scheletrici, sull’autobus in sosta al capolinea.
I lampioni, ancora accesi, negli aloni di luce diffusa, facevano vedere nitidi scrosci e il turbinio delle gocce che precipitavano.
La strada bagnata aveva riacquistato l’originario colore del catrame.
In un avvallamento della strada si era formata una pozzanghera illuminata dalla luce del lampione, nella quale bolle d’aria grosse come noci, roteavano, si inseguivano e si disfacevano.
Un uomo avvolto in un impermeabile grigio, il bavero alzato, protetto da un ombrello nero, avanzava sul marciapiede a passo cadenzato mentre la pioggia in balia del vento continua a sferzare tutto ciò che incontrava cambiando di continuo direzione.
Una ragazza correva, incurante della pioggia che le bagnava il viso, verso il bus che aveva già illuminato i fari e azionato i tergicristalli, pronto a partire.
Un ammasso di nuvole, più scure del cielo già scuro, veniva attraversato da un subitaneo lampo. Il cielo plumbeo, pesante come il metallo al quale aveva copiato il colore, basso sulle case più alte, sembrava voler schiacciare col suo peso le antenne e i comignoli che osavano sfiorarlo.
Sentì allora il rumore di chiavi e gli scatti della serratura.
Di corsa si rimise a letto e chiuse gli occhi fingendo di dormire. Le arrivò un fioco raggio di luce dal bagno e il rumore dello sciacquone poi Luca si affacciò cautamente nella stanza. Lei aprì gli occhi: “Ciao Luca” disse fingendo la voce impastata per il sonno.
“Scusami, ti ho svegliata”.
“Non preoccuparti, tanto ho dormito profondamente pe tutta la notte. Non vai a letto?”.
“Si ci vado subito, sono sfinito”.
“Sapessi io” pensò Miriam.
“Riposa bene Luca”.
“Grazie mamma”. Temporale foto8
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