Primo Impiego
(by Antonio Abbate)
“Cercasi giovane diplomato per semplice lavoro di ufficio. Telefonare al numero…”.
Era l’annuncio di lavoro che Fabio cercava consultando ogni giorno le pagine del “Corriere” dedicate alle offerte di lavoro.
Da quando si era diplomato aveva già letto, per circa un anno, centinaia di annunci che, però, ricercavano solo impiegati con pregressa esperienza almeno triennale. Deciso a non farsi scappare questa occasione si affrettò a telefonare per proporsi e gli fu dato appuntamento per un colloquio al mattino seguente.
Indossò giacca e cravatta convinto che vestito in modo serio e dignitoso potesse avere una chance in più e si avviò cercando di immaginare chi avrebbe incontrato e che cosa avrebbe preteso da lui. La meta era in un palazzo signorile. Uno scalone portava ai piani superiori. Tutto di marmo candido e lucente si arrampicava contorcendosi verso l’alto.
Fabio lo percorse lentamente quasi a volere ritardare l’incontro con chi doveva esaminarlo.
Al primo piano sul pianerottolo si faceva la fila per entrare in un ufficio.
Salì al secondo piano dove era stato fissato l’appuntamento.
Il portoncino dell’appartamento era aperto ma l’uscio sbarrato da una porta a vetri colorati ambra e verde.
Spinse il pulsante di un campanello inserito in una targa dorata.
Dopo poco venne ad aprire un uomo di mezza età, certamente un impiegato perché indossava un paio di maniche posticce sulle maniche della giacca.
“Venga ed attenda qui” disse facendolo entrare.
Dopo qualche minuto ritornò. “Il notaio la riceve, venga”.
Fabio lo seguì e fu introdotto nello studio del dominus.
L’ufficio era arredato in uno stile da cattedrale gotica, severo quasi funereo con mobili antichi in noce scuro massiccio.
La scrivania era talmente lunga che avrebbero potuto lavorarvi contemporaneamente tre persone. Alle pareti crocefissi di foggia varia e dipinti di mare in tempesta contornati da elaborate cornici dorate.
Seduto su una poltrona di pelle nera tropo grande, il notaio aveva accanto un giovane impiegato fermo in attesa di ordini.
“Buon giorno, disse Fabio, sono venuto…”
“Lo so” lo interruppe il professionista e soppesò il nuovo venuto guardandolo assorto, mentre si accarezzava con la mano sinistra il viso con ampio movimento che andava dalla guancia alla punta del mento.
Fabio lo guardava senza fiatare. Il notaio che sembrava basso di statura, seduto e quasi sperduto in quel seggio gigantesco non consentiva al giovane di farsi una valutazione esatta del suo fisico. Aveva un testone pelato e la fronte vistosamente sporgente. Gli occhi nerissimi erano vispi e attenti come quelli di un’aquila che scruta il territorio.
“Ne parliamo poi” disse rivolgendogli finalmente la parola “ci segua”.
Prese dalla scrivania un grosso sigillo con l’impugnatura di legno e lo depose accuratamente in una scatola rivestita di pelle. La passò al giovane a lui vicino e all’altro disse: “Minestra andiamo”.
Si avviarono in processione, primo Minestra che apriva il corteo, poi il portatore di sigillo, infine il notaio che sceso dal suo trono, in posizione eretta mostrava la bassa statura e una vistosa zoppia a una gamba.
Fabio gli andò dietro come spettatore fino a uno stanzone dall’altra parte del corridoio dove c’era un secretaire tutto intarsi e bassorilievi.
Il notaio riprese il sigillo dalle mani dell’impiegato e lo chiuse a chiave in un cassetto. Fu come una funzione religiosa e Fabio si aspettava anche che il notaio si sarebbe genuflesso davanti al tabernacolo del sigillo. La genuflessione non ebbe luogo e tutti fecero ritorno in studio in ordine sparso seguendo il notaio che ballonzolava sulla gamba malferma.
Il notaio si sedette sul suo trono e si immerse nell’esame di documenti tirati fuori da un cassetto della scrivania, senza curarsi dei presenti.
Gli impiegati attesero ordini che non arrivarono e lentamente fecero ritorno nel loro ufficio.
Fabio, rimasto solo al cospetto del notaio che non gli rivolgeva la parola, in piedi rimuginava pensieri e covava rancore. “Nemmeno mi rivolge la parola, razza di maleducato, la superbia ti fuoriesce dalle orecchie. Che devo fare? Vado via? Tanto non mi vedi! E via! Dammi una risposta qualsiasi purché finisca questo strazio!”.
All’improvviso, come tornato in sé, il notaio guardò l’intruso e urlò: “Minestra che aspetti ad accompagna giù il ragazzo”. Chinò nuovamente la testa sui documenti.
Appena fuori dallo studio Fabio chiese: “Signor Minestra, dove andiamo”?
“Ti ha destinato alle cambiali” rispose. Poi aggiunse: “A proposito, non mi chiamo minestra ma Ginestra. Il notaio si diverte a cambiare i cognomi ai collaboratori. Potrà capitare anche a te. Avrai notato che è un tipo un po’… particolare ma che importa, purché ci paghi”.
“A me sembra un po’ matto” osservò Fabio.
Minestra non commentò questa osservazione anzi fece finta di non averla udita e continuò: “Ma tu dipenderai da suo fratello; anche lui…vedrai da te”.
Scesero al primo piano, attraversarono non senza difficoltà la compatta calca di clienti che si addossavano all’uscio ed entrarono.
La stanza di ingresso era divisa in due da un bancone di legno dove operava un anziano cassiere e sul lato destro si apriva la stanza del capufficio.
Minestra bussò. Gli giunse un “avanti” roco e sincopato da colpi di tosse di fumatore incallito.
“Buon giorno don Emiliano, il capo vi ha mandato il nuovo impiegato”.
Fece un cenno di saluto a Fabio e uscì frettolosamente.
Don Emiliano era l’antitesi del fratello; alto, magro, molto magro; aveva la testa piccola e tonda coi capelli tirati indietro e incollati sul cranio da una quantità esagerata di gel.
Era in maniche di camicia, una camicia elegante e seduto sulla poltroncina, appoggiava i piedi sulla scrivania su cui giacevano in disordine decine di giornalini enigmistici. Sbuffava per il caldo e nonostante ciò, continuava a tenere in bocca una sigaretta che si passava, mentre parlava, da un lato all’altro della bocca e non la lasciava andare neanche quando a intervalli tossiva.
“Bene facciamo in fretta che ho da fare”, disse senza togliere i piedi dalla scrivania.
Spiegò velocemente al ragazzo la differenza fra cambiale e tratta; che sulla cambiale bisognava incollare un allungo per redigere il protesto, la formuletta da scrivere, sempre la stessa. Gli raccomandò di scrivere “tal è” parole inserite nella formula del protesto senza apostrofo perché il fratello licenziava chi commetteva questo errore di grammatica.
Lo indirizzò poi nella stanza che sarebbe divenuto il suo ufficio senza accompagnarlo. Don Emiliano era troppo occupato: aveva fretta di immergersi nel suo lavoro, gli enigmi di un cruciverba.
Le condizioni contrattuali furono specificate a Fabio il giorno dopo dal ragioniere Ginestra.
Dopo pochi giorni di lavoro che gli sembrò subito noioso, Fabio già desiderava di mollarlo ma era una decisione difficile da prendere.
La paga era bassa, le ore di lavoro innumerevoli, il capo ufficio odioso ma Fabio doveva accettare quell’impiego perché non aveva alternative di lavoro e aveva bisogno di guadagnare. A fargli prendere questa decisione contribuì anche un altro motivo: la presenza in ufficio dell’avvenente cameriera del principale.
Caterina, quando don Emiliano glielo ordinava, doveva sospendere le faccende domestiche e aiutare Fabio a incollare le code alle cambiali.
Caterina aveva l’aspetto di una bambola di porcellana: la pella del viso chiarissima rosea, punteggiata solo sugli zigomi da una rosetta di efelidi dorate, la chioma folta di riccioli castano chiari che le scendevano sulle spalle un po' esili leggermente rialzate, gli occhi azzurro cielo, le braccia tornite e le gambe lunghe.
A differenza di una bambola lei era viva, desiderabile e generosa!
Incontrarla lo ripagava di tutta la fatica e la noia che quel lavoro monotono e ripetitivo comportava.
Dopo due mesi il ragazzo era molto preso da lei e anche lei sembrava ci tenesse, a giudicare dai baci e dalle carezze che volentieri scambiava con Fabio.
Fabio cominciava a prendere in considerazione l’idea d’ intraprendere con lei una relazione seria e esclusiva ma non si decideva a dichiararsi per delle zone d’ombra che non riusciva a decifrare; a volte gli sembrava troppo bambola ma di poca testa. Fisicamente lo faceva impazzire ma, seppure graditi, lo lasciavano perplesso gli atteggiamenti eccessivamente affettuosi nei suoi confronti perché si conoscevano da poco e lei aveva già un fidanzato. Per conoscersi meglio forse sarebbe stato opportuno viversi anche al di fuori dell’ufficio.
Quando fu invitato da un suo amico a un ricevimento, chiese a Caterina di accompagnarlo. Lei, pur apprezzando l’invito, disse che era costretta a rinunciarvi perché per raggiungere il luogo della festa che pure non distava molto dalla sua casa, sarebbe stata costretta, se si fosse recata a piedi, a percorrere col buio una strada solitaria e non se la sentiva.
“Vengo a prenderti io o incarico qualcuno di fiducia”.
Scelse la soluzione che gli sembrò più comoda e vantaggiosa per entrambi. Incaricò Carlo, uno tra i suoi amici più cari e fidati che possedeva un’automobile.
C’era da fidarsi ciecamente; erano stati compagni di classe alle medie, tra loro c’era stata una pluriennale frequentazione sfociata ora in un’amicizia consolidata.
Il giorno dell’evento l’uomo fidato si recò a prendere Caterina sul tardi quando i festeggiamenti erano già iniziati.
Erano appena saliti in auto che Carlo finse di avere un insopprimibile desiderio di caffè e condusse la ragazza in un bar. Poi prese la strada verso il mare e alle perplessità della ragazza rispose che le voleva mostrare il lungomare, tanto alla festa ci sarebbero andati comunque. Sul lungomare si fermarono a prendere un gelato a un chiosco. Il tempo passava. “Affrettiamoci” disse Caterina “è già tardi”.
“E’ proprio tardi, troppo tardi per presentarsi in casa di sconosciuti, rispose Carlo, faremmo una pessima figura. Sai che ti dico? Andiamo in pizzeria e facciamoci una serata insieme noi due”.
“Ma Fabio?” disse lei.
“Uh, Fabio, mentì lui, non se ne accorgerà nemmeno con tutte le ragazze che gli girano attorno!”
“Se è così…”
Degustarono lentamente il gelato, fecero una passeggiata sul molo e all’ora di cena, si recarono in pizzeria.
La serata la conclusero in un albergo indicato da lei che già l’aveva più volte frequentato col suo uomo.
Nei giorni successivi Caterina finché potette evitò di incontrarsi con Fabio fino a che don Emiliano non le impose di andare a dargli una mano.
Si presentò timorosa e a testa bassa. “Ti devo chiedere scusa” disse dopo alcuni minuti di imbarazzato silenzio.
“E di che?” rispose Fabio “Non dirmi i particolari che già li conosco. E li conosce tutto il paese informato da quel galantuomo col quale ti sei intrattenuta.
Non mi devi delle scuse: non era per te un obbligo accompagnarmi al ricevimento. Hai trovato di meglio da fare e ti sei divertita abbastanza da quello che racconta Carlo”.
Era evidente nel tono e nelle parole la delusione provata da Fabio. “Anzi ti devo ringraziare perché mi hai evitato di commettere un grande errore”.
“Quale errore?” fece Caterina.
“Con il tuo comportamento mi hai chiarito ogni dubbio. Mi hai fatto capire di che pasta sei fatta. Non è un giudizio morale ma solo la constatazione: che non sei proprio la donna che io cerco per la vita”.
Per Fabio chi, invece, aveva mancato pesantemente nei suoi confronti era Carlo che lui considerava un amico, quasi un fratello di cui fidarsi ciecamente. Era lui il colpevole di una gravissima offesa perché a lui aveva confidato i suoi progetti e i sentimenti che cominciava a provava per quella ragazza e questi pur al corrente delle sue intenzioni, l’aveva tradito.
“E’ lui che mi ha offeso pesantemente; con lui farò i conti appena lo incontrerò; certamente lo escluderò per sempre dalla mia vita ma dopo avergli seriamente parlato”.
“Basta; ora lavoriamo … anzi, sai che ti dico: la tua presenza mi disgusta, lavora tu che io vado via”.
Si recò nella stanza del capo ufficio che era assorto, come al solito, nella soluzione di rebus e cruciverba.
“Don Emiliano, mi licenzio con effetto immediato.”
“Non puoi, rispose il capo senza alzare lo sguardo dal giornalino, devi dare il preavviso come da contratto.”
Ma il contratto non c’era, era assunto in nero. Il giovane raccolse le sue cose e andò via.
Fabio era fisicamente forte, muscoloso. Gran parte del tempo libero lo trascorreva in palestra.
Lasciato l’ufficio andò direttamente a casa di Carlo. Gli citofonò e, con tono falsamente cordiale, gli chiese se cortesemente poteva scendere un momento.
Carlo scese e non fece in tempo a uscire in strada che gli arrivò un pugno violento alla mascella che lo tramortì facendolo stramazzare al suolo.
“Oh ma sei matto?”
“Sai bene perché. L’offesa che mi hai fatto è troppo, troppo grande e insopportabile, imperdonabile. Tu, un amico fraterno del quale mi fidavo ciecamente”.
“Quando si tratta di donne, non si guarda in faccia nessuno” cercò di giustificarsi Carlo premendosi una mano sulla guancia gonfia.
“Hai detto bene - replicò Fabio - non mi hai guardato in faccia: non hai tenuto conto della nostra amicizia, mancandomi di rispetto e allora sappi che d’ora in poi non mi guarderai più in nessun modo, cancellami per sempre dalla tua esistenza”.
Fabio, però, non si sentiva ancora appagato da questa punizione inflitta all’ex amico; solo un pugno al volto non bastava; la vendetta esigeva che lo colpisse in qualcosa di più importante. Pensò allora di ripagarlo con la stessa moneta, doveva portargli via la sua donna.
Carlo aveva una bellissima fidanzata che Fabio aveva da sempre ammirata e desiderata. Frequentavano la stessa palestra perciò per Fabio era facile incontrarla. Si impegnò in un corteggiamento costante e intenso e fece di tutto finché riuscì nel suo intento.
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