Il ragazzo sul delfino
(by Antonio Abbate)
"Sono innamorato pazzo del mare" mi disse un pescatore che conobbi a Procida. Certo che amava la moglie, i figli… ma il mare era una passione irrefrenabile.
Diceva di essersi innamorato del mare la prima volta che l’aveva visto quando, di pochi anni, in braccio a sua madre, si era avvicinato alla finestra della sua casa nel piccolo borgo dei pescatori e aveva visto quella striscia verde e azzurra uscire dal porto e allargarsi e allungarsi in ogni direzione fino all’orizzonte.
Era nato su un’isola ed era stato del tutto naturale scegliere il mestiere di pescatore come suo padre, come suo nonno.
Proprietario di un peschereccio di basso cabotaggio praticava la pesca costiera che comunque gli forniva un buon reddito essendo pescoso il mare e lui un pescatore esperto che aveva fatto tesoro degli insegnamenti del padre e del padre di suo padre.
Andare per mare per lui non era
fatica ma gioia; soffriva quando per il fermo pesca o per le condizioni meteo avverse, gli era impossibile prendere il largo.
In quei giorni persi, dopo essersi dedicato alla manutenzione della barca e degli attrezzi da pesca, non vedeva l’ora di recarsi su un promontorio o su una spiaggia a colloquiare col mare che sembrava rispondere alle sue domande con lo sciabordio delle piccole onde sulla spiaggia e col fragore dei marosi che si schiantavano sulla scogliera.
Da lì scrutava il mare sia che fosse una tavola azzurra sia che fosse tempestoso e nero. Dal colore dell’acqua individuava le secche e le fosse profonde oppure le correnti; dal passaggio dei delfini e dalla presenza dei gabbiani capiva dove si erano concentrati i banchi di pesce azzurro. Talvolta invece quasi in estasi davanti al suo amore si perdeva in pensieri strani e profondi sulla natura e sull’esistenza.
“Questa immensa bellezza esiste davvero oppure è un mio pensiero o un mio desiderio che si materializza? Quello che immagino è frutto della mia fantasia oppure sono immagini di ciò che esiste o accade altrove e che per un meccanismo naturale a me sconosciuto vengono indirizzate alla mia mente che se ne appropria?”
Un giorno era sul suo promontorio a rimuginare tali estrosi concetti quando avvistò un branco di delfini che velocemente nuotavano verso la costa. Seguendoli attentamente con lo sguardo per non perderli di vista, si meravigliò della strana forma di uno di essi.
Giunti ad una distanza sufficiente, il suo occhio, addestrato a scrutare l’orizzonte, vide che sul groppone del tursiope che sembrava deforme, c’era un bambino anzi un ragazzino che piegato in avanti si teneva alle pinne.
Questa visione lo scosse emotivamente ma non lo meravigliò. Da una rivista di pesca che abitualmente acquistava aveva appreso che già era capitato che alcuni delfini avessero aiutato un naufrago a stare a galla impedendo che annegasse.
Ma era urgente adesso soccorrere e salvare quel bambino. Si rese conto che da solo non ci sarebbe riuscito e decise di andare a chiedere aiuto all’autorità marittima.
Corse velocemente senza mai fermarsi alla Capitaneria di porto. Affannando per la corsa e l’emozione raccontò ai militari del porto ciò che aveva visto.
“Bisogna agire in fretta prima che il ragazzino anneghi; non so quanto potrà resistere a cavalcioni del delfino!”.
Lo guardarono con sussiego dandosi di gomito pensando che fosse ubriaco o stesse vaneggiando.
“Si, usciamo in mare subito ma lei vada a casa e si riposi” e lo dicevano con sorrisi di commiserazione.
Uscì indignato dalla Capitaneria. “Non mi credono, pensano che sia matto”.
Ma non volle darsi per vinto. Girò per tutta l’isola, di spiaggia in spiaggia, di rada in rada, sperando di trovare il bambino.
Addolorato per l’insuccesso passò giorni a scrutare il mare e la costa sperando di trovare qualche indizio della sua presenza e si rassegnò solo quando lesse che un bambino caduto in mare da una nave da crociera, era stato salvato anche grazie all’intervento di alcuni delfini.
“Forse il bambino visto da me era proprio quello”. Secondo le sue teorie sulla realtà pensata, l’immagine del bambino caduto dalla nave era per qualche meccanismo sconosciuto arrivato alla sua mente e alla sua fantasia.
Da giorni non usciva in mare a causa del maltempo, aveva atteso pazientemente che il tempo più clemente gli consentisse di riprendere il suo lavoro.
La mareggiata cominciò a calare e sapeva per esperienza che era un segno del miglioramento definitivo delle condizioni del mare.
Era da giorni che non guadagnava e la famiglia era in ristrettezze economiche. Non attese oltre e prese il largo col suo scafo; calò le reti, tanto nel giro di poche ore il mare sarebbe diventato accettabilmente mosso. Invece la natura non si comporta sempre allo stesso modo.
Le onde ripresero a crescere e i venti a rinforzare. La sua barca sobbalzava sulla cresta delle onde sempre più violente che sembravano volersi accanire proprio contro di lui.
Ammassi di nuvolaglia nera come il carbone affacciatisi all’orizzonte, in pochi minuti occuparono tutto il cielo sopra di lui. La pioggia scrosciava violenta e la nebbia sopraggiunta quasi non faceva intravedere l’isola su cui rifugiarsi.
Marcello diresse il timone verso la costa abbandonando le reti e col motore al massimo dei giri cercò di fuggire in fretta dall’uragano verso l’approdo.
La velocità del vento e la ferocia delle onde lo deviavano dalla rotta e non lo facevano avanzare. Lo scafo pericolosamente veniva spinto verso una zona di scogli sporgenti. Un’onda più violenta delle altre sollevò la barca e la schiantò sugli spunzoni di pietra. Un rumore cupo di legno spezzato precedette il largo squarcio che si produsse nella fiancata. Lo scafo imbarcò acqua e il mare si impossessò della stiva. L’imbarcazione si adagiò su un fianco è affondò. Il pescatore si tuffo in mare e nuotò con quanta forza poteva per sfuggire al gorgo che si andava formando, puntando verso la costa.
Le condizioni del mare continuavano a peggiorare; le onde lo sollevavano in alto per poi scagliarlo nella voragine che si formava sotto di esse; le correnti impetuose lo stavano trascinando al largo mentre le forze scemavano.
“E’ finita” pensò rivolgendo il pensiero alla sua famiglia, poi urlò “Mare traditore” e si lasciò andare al fondo.
Guizzi spumeggianti annunziarono la presenza dei delfini. Questi si immersero e spingendolo verso l’alto con il muso lo riportarono a galla. Una profonda boccata di ossigeno gli ridette un po' di energia e tanta speranza. Si aggrappò con tutta la forza che gli rimaneva al dorso del delfino che gli stava più vicino che prese a nuotare verso la riva velocemente fino all’acqua bassa dove Marcello si separò dall’animale che l’aveva soccorso.
Sentendo che i suoi piedi toccavano il fondo si rassicurò e impegnandosi con le residue forze si trascinò sulla riva dove si lasciò cadere esausto.
Intanto sul porto, sotto violenti scrosci di pioggia e raffiche impetuose di vento, si erano radunati i pescatori e i suoi parenti ed amici protetti da ombrelli, cerate e pastrani. Cercavano di infondere speranza alla moglie e ai figli che già piangevano disperati la scomparsa del genitore.
“Vedrete, se la caverà in qualche modo!” dicevano ma pensavano che nessuno sarebbe potuto uscire vivo da quella tempesta così violenta.
Marcello riposatosi per alcuni minuti sentendosi ritornato un po' in forze si alzò e lasciata la caletta dove aveva trovato salvezza si diresse verso casa. Voleva giungervi al più presto, sapendo i suoi cari in angoscia per la sua sorte.
Giunto al porto inviò un richiamo verso la moglie e i figli che mise fine al loro timore.
Tutti gli corsero incontro complimentandosi per lo scampato pericolo. Lo abbracciavano, lo toccavano quasi increduli che fosse proprio lui.
Nei giorni seguenti amici e conoscenti volevano sapere direttamente da lui del naufragio e come fosse riuscito a salvarsi, cosa che avevano ritenuta impossibile in quel contesto tempestoso.
Lui raccontò tutti i particolari dell’accaduto ma attribuì la salvezza alla sua abilità di nuotatore e alla conoscenza delle correnti marine da lui studiate a lungo osservando il mare.
Dei delfini tacque. Nessuno gli avrebbe creduto e magari l’avrebbero canzonato come un visionario.
Il suo grande amore l’aveva tradito ma lui non provava risentimento nei confronti del mare; Marcello si assunse tutta la responsabilità di quanto accaduto per essere stato molto imprudente e continuò ad amarlo. Una parte del suo cuore però la cedette ai suoi abili e generosi soccorritori.

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